Automazione: la sfida uomo-robot

In economia si parla di automazione in relazione alla trasformazione delle strutture produttive uscite dalla rivoluzione industriale. In particolare a quei sistemi di produzione, spesso delocalizzati, che operano in serie su milioni di prodotti o di componenti l’anno, a condizioni salariali inaccettabili e insostenibili per il nostro costo della vita, che pure accettiamo in quanto sono presenti in paesi in via di sviluppo. I livelli di produzione elevati sono possibili solo perché i fattori di produzione, per così dire, sono drogati, dall’automazione delle mansioni, svolte da robot e computer. Il caso più recente salito alla ribalta è senza dubbio quella dello stabilimento della FOXCONN, un’azienda cinese che produce componentistica per gadget elettronici occidentali. Il dibattito sull’automazione è sempre stato molto ampio. Il fatto che in una fabbrica un operatore meccanico o elettronico possa prendere il posto di un numero altissimo di individui lascia supporre che da questa sostituzione possa scaturire un alto tasso di disoccupazione. Fondamentale è però il rapporto tra automazione e costo di produzione, fra costo di produzione e prezzo di vendita, poiché la dimensione del prezzo può essere così forte da espandere la domanda fino a riassorbire in forma diretta o indiretta tutta la manodopera originaria. Motivo per cui, nello stabilimento citato poco sopra con sede Shenzen, si trovino non meno di 400.000 lavoratori, impegnati a produrre componenti per decine di multinazionali in concorrenza tra loro.

È possibile peraltro che un bene sia di tal genere che il consumo giunga presto alla saturazione e che l’introduzione dei processi automatici di fabbricazione si risolva rapidamente in una causa di disoccupazione per le maestranze che lavorano in quel ramo. Secondo i critici dell’automazione, di derivazione marxista, il profitto imprenditoriale sottrae una parte del profitto spettante ai lavoratori e toglie quindi al potere d’acquisto del mercato la sua piena capacità di assorbire un’offerta crescente. Di qui uno squilibrio fra produzione e consumo che dovrà risolversi nell’impossibilità di impiegare tutti gli operai presenti prima dell’esasperazione del concetto di automazione. Introdotta in un regime capitalistico, dunque, porta inevitabilmente, prima o dopo, alla disoccupazione, mentre può diventare uno strumento possente di progresso economico dove vi sia identità tra produzione e consumo.

Oggi il concetto di disoccupazione tecnologica è sufficientemente presente nel dibattito, ma non viene forse affrontato con la dovuta serietà. Essa è posta sotto accusa da chi pensa che eliminerà il 50% della forza lavoro, c’è invece chi la sostiene, dicendo proprio che è un mezzo per combattere fenomeni come quello di FOXCONN che hanno avocato a sé la produzione di componenti esclusivamente per il basso costo della manodopera. Operando via computer, con personale specializzato, dicono i suoi sostenitori, recupereremo la produzione al luogo di origine formando addetti al robot o al computer di alto profilo, non sottopagati.

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