Antitrust in Italia

Come funziona l’Antitrust

Agli inizi degli anni Novanta anche in Italia si è iniziato a parlare di antitrust, come strumento per regolare al meglio la concorrenza nei vari settori dell’economia, sulla scia della secolare legislazione americana, creando l’Autorità del Garante per la Concorrenza. Si è colmato così uno scandaloso ritardo istituzionale, rispetto agli USA e ad altre economie liberali, vecchio di cento anni. Furono infatti gli USA i primi a intervenire con uno strumento specifico disegnato a posta per poter essere usato contro le concentrazioni monopolistiche: lo Sherman Act in vigore addirittura dal 1890. Nel corso del Novecento la teoria economica ha subito una significativa evoluzione e con essa anche la politica antitrust. In effetti i primi confronti tra l’esperienza della nuova autorità garante e la tradizione americano rilevano che l’asse della politica antitrust ha abbandonato l’ossessiva attenzione alla concentrazione per rivolgersi piuttosto alle condizioni di entrata delle imprese nel mercato. Il rispetto delle condizioni che sono alla base della piena libertà di ingresso e la lotta contro le pratiche volte a ostacolare il dispiego della concorrenza potenziale costituiscono oggi la base della politica antitrust nel nostro paese. Il garante interviene spesso a sanzionare pratiche scorrette.

Secondo l’analisi economica prevalente la concorrenza è la sola forma di mercato capace di costringere le imprese a produrre in condizioni di assoluta efficienza, rimuovendo ogni forma di rendita. La concorrenza perfetta si stabilisce quando sia rispettato un insieme significativo di condizioni. Sul mercato, a ogni momento dato, deve operare un grande numero di imprese, così grande che il comportamento di nessuna di esse possa influenzare il mercato stesso. Non vi devono esser elimini di sorta all’entrata e all’uscita delle imprese. L’entrata delle imprese, condotta dall’esistenza di posizioni di rendita sul mercato, garantisce che i prezzi scendano fino a raggiungere i costi medi minimi. L’uscita consente alle imprese meno efficiente di arrestare le perdite e quindi costituisce un fattore essenziale per sviluppare appieno la capacità di selezione del mercato. Ad esempio, il mercato delle frequenze televisive ha per decenni proliferato in condizioni di monopolio e poi di duopolio, impedendo a nuove aziende di entrare nel mercato, grazie a garanzie legislative francamente insopportabili. Ora che il regime di duopolio è stato abbattuto improvvisamente abbiamo più scelta, i prezzi sono in concorrenza, le aziende fanno offerte sempre più allettanti ai consumatori. I beni venduti dalle imprese devono essere poi perfettamente omogenei e i prodotti di ciascuna impresa sempre irriconoscibili da quelli venduti dai suoi concorrenti (chi vende programmi tv non può affiancarvi un servizio di pizze a domicilio, per accaparrarsi il contratto): questo impedisce la formazione di preferenze di marca e di effetti reputazione che vincolerebbero i consumatori a determinati prodotti. Dev’essere il mercato a generare questo tipo di preferenze. Ogni volta che non si avverano queste condizioni minime l’autorità garante interviene, valutando anche le ipotesi di fusioni aziendali, cessioni di quota e nel caso delle aziende quotata in borsa, le concentrazioni delle quote di controllo.

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