Il sindacalismo dei giorni nostri

Il passaggio dalla società industriale alla società dell’informazione richiede al sindacalismo classico di ridefinire la propria funzione di rappresentanza e di tutela del mondo del lavoro di fronte ai processi di globalizzazione dell’economia internazionale, alla crescita della disoccupazione tecnologica, alla tendenziale riduzione quantitativa del lavoro dipendente a vantaggio del lavoro autonomo e non protetto, dall’emergere delle alternative rappresentate dal volontariato e dall’economia non profit.

fiom-sindacalismoNato e cresciuto come una forma di organizzazione, espressione e mediazione del conflitto industriale, di quello che una volta veniva definito conflitto tra padroni e operai, il sindacalismo moderno è stato profondamente coinvolto dai tumultuosi fenomeni di trasformazione della produzione e dei suoi processi, dell’industrializzazione, della massificazione dei consumi, nonché dei cambiamenti sociali che hanno provocato un profondo solco generazionale tra chi aveva lottato per acquisire diritti, chi ne ha goduto e chi li sta inesorabilmente perdendo in questo periodo di forte crisi e ridimensionamento delle speranze lavorative. I sindacati, come dimostra il caso di Landini, che dalla Fiom pretende di fare politica, delegittimano una forza sana che non deve fare politica, ma appunto mediare, trattare, organizzarsi per difendere i lavoratori, stanno nel contempo perdendo peso. Oggi in Italia essi sembrano essersi incancreniti: importa loro solo di mantenere i privilegi, la contrattazione basata sul lavoro che c’è, sulle pensioni, poca attenzione reale al lavoro che manca. La crisi dei sindacati però non è fenomeno contemporaneo. Essa era già visibile a inizio anni Ottanta, quando con la famosa marcia dei 40.000 proprio la FIOM fu sconfitta dai quadri intermedi della Fiat che obbligarono a mettere fine agli scioperi. Anche l’abolizione della scala mobile voluta da Craxi può essere vista in quest’ottica. Negli anni Ottanta le tre principali confederazioni sindacali discutevano principalmente di un nuovo modello di accordo basato sulla concertazione con le altre parti sociali, in particolare modo con Confindustria. Questo sistema è durato per tutti gli anni Novanta e con un governo di centrosinistra, sicuramente non ostile alla CGIL, ha anche visto nascere la contrattazione collettiva decentrata, le leggi TREU di semplificazione e di liberalizzazione del mercato di lavoro. Lo scontro e il superamento della concertazione si è avuto con l’avvento di governi di centrodestra, dichiaratamente liberisti in economia, nonostante abbiano aumentato a dismisura la spesa pubblica, desiderosi di indebolire il sindacato con l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e l’introduzione di nuove leggi (intitolate non senza ipocrisia al martire del lavoro Marco Biagi). Il Job Acts di Renzi rappresenta l’ultimo gradino di una scala molto alta, nella quale il conflitto sindacale è sembrato innalzarsi. Ma la vera domanda è: i sindacati oggi sono ancora utili? La risposta è probabilmente scritta nel futuro, se supereremo la crisi e daremo nuova forza ai lavoratori.

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