Il sindacalismo in Italia: la fase dei divieti

manifestazioneLa storia del sindacalismo in Italia è sempre stata abbastanza complicata e si può dividere in tre fasi distinte, come ha proposto la storiografia sindacale. In una fase iniziale troviamo che c’è un divieto di organizzarsi in forme sindacali e padronali, con un divieto che sancisce anche delle dure sanzioni penali. In un secondo momento l’illiceità viene rimossa. Le autorità pubbliche tollerano le prime forme di organizzazione sindacale, ma esse sono generalmente malviste perché comportano spesso dei disordini e fermenti. Una terza fase, che può corrispondere a quella attuale, almeno a livello normativo, vede le formazioni sindacali pienamente riconosciute (“parti sociali”) interlocutrici tanto dei governi, quanto negli accordi tra corpo dei lavoratori e imprenditori. Il fenomeno della contrattazione collettiva viene recepito nella giurisprudenza e il legislatore interviene spesso nella materia, affidando ai sindacati precisi compiti normativi.

Il periodo dei divieti, nel nostro paese, assorbiva in pratica tutta la legislazione dell’antico Regno di Sardegna e degli stati pre-unitari, con precisi divieti di organizzazione riservati a tutte le forme associative, come gremi, compagnie, unioni, associazioni e maestranze. Il codice Zanardelli del 1890 fu il primo a non prevederli esplicitamente e fece entrare le forme associative sindacali nella seconda era. Tuttavia l’imposizione dei divieti era di chiara impronta rivoluzionaria francese e poi della Restaurazione. Per quanto strano possa sembrare, i cambiamenti rivoluzionari portati in Europa dagli eserciti di Napoleone, avevano messo al centro del mondo l’individuo, liberandolo dall’obbligo di esercitare la professione all’interno di corporazioni ben distinte. Sciogliendo questi vincoli di carattere medievale i rivoluzionari pensavano di eliminare delle catene, ma impedivano di fatto a lavoratori e imprenditori di muoversi a tutela dei propri interessi. Le ragioni di questo divieto erano principalmente due: la prima di carattere politico voleva impedire la creazione di corpi sociali intermedi tra cittadino e stato. La seconda motivazione, in linea con la concezione economica dell’epoca, voleva impedire il tratto normativo delle condizioni di lavoro, cioè di fissare per tutti ciò che doveva essere previsto individualmente. I teorici di questo spregiudicato individualismo erano convinti che uniformare i contratti fosse un vero e proprio attacco al talento dei lavoratori, che costretti ad accettare condizioni comuni, non avrebbero potuto farsi strada mettendo in mostra le loro personali abilità. Era un principio di liberalismo assolutamente comprensibile e in linea con le principali tendenze filosofiche dell’epoca, ma allora l’impatto della massa operaia non veniva ancora considerato critico (è un’epoca pre-marxiana).

Questi divieti non impedirono di far nascere forme di organizzazione del lavoro contraddistinte dalla solidarietà e dall’azione comune. In particolare, con la nascita delle cooperative e delle società di mutuo soccorso, i lavoratori italiani cominciarono a esercitare una forma concertata di contrattazione e di azione e a sperimentare il valore dell’azione sindacale, volta a tutelare l’individuo da una concorrenza troppo libera e sfrenata nel mercato del lavoro.

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