Investimenti e industria nel periodo di crisi

In Italia sembra che non si possa investire, se non chiedendo un aiuto allo stato. L’investimento privato non è tale da poter supportare alcuna innovazione tecnologica e ci troviamo, di fatto, alla vigilia di una nuova richiesta di finanziamenti e aiuti da parte di FIAT, secondo le ultime dichiarazioni di Sergio Marchionne dal Brasile.

Oggi la dimensione economica italiana, quella del grande capitale, si è completamente polverizzata. I leader di vari settori che avevamo fino agli anni Ottanta, sono scomparsi e sono pochi i protagonisti a livello internazionale (oltre la Fiat, con base a Detroit, Finmeccanica, Pirelli, le banche e poche altre). Di chi è la responsabilità? Sicuramente gli imprenditori privati hanno ragione quando segnalano che le loro aziende, sarebbero molto più competitive in un contesto più liberale e meno burocratico. Gli scandali politici di questi giorni in Lazio e Lombardia, confermano senza riserve che la corruzione è ancora il male peggiore del nostro paese e non si ferma al primo livello, ma è diffusa in ogni settore della pubblica amministrazione, minando il meccanismo dei procedimenti che ineriscono l’assegnazione di appalti, la concessione di licenze e finanziamenti, lo sviluppo della ricerca.

I privati – a loro volta – sembrano aver rinunciato a fare investimenti coraggiosi, se non supportati dallo stato e dalla politica, per cui abbiamo visto una corsa alla discesa in campo, all’apparentamento con la politica, creando affarismo e mala gestione. Risultato? Solo le piccole e medie imprese, quelle sotto i 50 milioni di fatturato resistono, ma con sempre maggiore difficoltà, data la concorrenza dei nuovi mercati e i ritardi cronici, del nostro paese, dell’innovazione tecnologica.

I dati forniti dall’Inps e dal Ministero dell’Economia, mostrano un innalzamento delle richieste di contratti di lavoro a tempo indeterminato, aumenti in regime di non Jobs Act, per il quale è invece previsto un aumento.

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