La trasformazione dell’economia globale

L’economia mondiale è profondamente mutata negli ultimi 30 anni diventando sempre più interdipendente e globalizzata; questa trasformazione non è stata priva di conseguenze per il mondo del lavoro, della sua erogazione e dei rapporti tra produttori e consumatori. Il lavoro tipicamente industriale, che aveva contraddistinto la società tra fine ‘800 e fine ‘900 è andato via via scemando, lasciando il posto a una società di servizi, caratterizzata da una grande mobilità e da una specializzazione intellettuale che prende il posto della manualità. Sono presenti lavori più di concetto, legati alla possibilità di generare ricchezza a distanza, attraverso strumenti finanziari e telematici, connaturati alla grande espansione delle nuove tecnologie. Le più grandi società del mondo, a parte quelle del sempre ricco settore energetico, sono impegnate nella fornitura di servizi globali per la rete, della vendita di beni legati allo sfruttamento di essa. Ne consegue una trasformazione globale della figura del lavoratore, frammentata in una pluralità di soggetti che lasciano spazio a diversi tipi di relazioni interpersonali che hanno una profonda rilevanza nella società e nella cultura. Non è un case che queste dinamiche non possano essere più definite tra padrone e operai, in quanto le stesse figure, in termini di percentuale di rappresentanza, stanno fortemente calando.

lavoroSi è assistito anche a una nuova concentrazione di forze, dal punto di vista delle imprese, che sembrava essersi attenuato negli anni ottanta. I grossi player della rete, per esempio, tendono a concentrare sotto un’unica regia un largo ventaglio di servizi, assicurandosi brevetti, know-how e personale attraverso una serie di acquisizioni finanziate dalla grande disponibilità di capitale, dovuta ai larghi margini di guadagno che offre questo nuovo modello. Basti pensare che la Apple, che è diventata il primo produttore al mondo di smartphone e tablet, volendo poteva acquistare la Nokia, il vecchio leader nel settore dei telefonini, senza ricorrere affatto al finanziamento. Tanto è vero che la Nokia è finita nelle mani di Microsoft, che ne ha fatto l’hub per tutta la sua branca degli smartphones. Ma internet è servito anche in settori più tradizionali, come veicolo di informazione periferico, diffuso, mobile. Ha collegato i mercati, ha servito in tempo reale una molteplicità di individui in diverse piazze finanziarie, che attirati dalle leggi di deregulation tipiche degli anni ’90, a Londra come a New York, ha ingigantito la speculazione finanziaria, inondando il mercato di prodotti finanziari tossici, che sono alla base della grande crisi economica del 2008. Le istanze di una legge di iniziativa popolare sul lavoro si basano proprio su questo: rilanciare il lavoro come opera legata alla produzione di beni e servizi e non slegata dal contesto, nel quale la figura del lavoratore è sacrificabile quanto quella del consumatore e del cliente. Nel nome del profitto oggi si creano figure professionali volatili, caratterizzate spesso da una grande preparazione tecnica e intellettuale, che vengono buttate al macero in un continuo turnover tra uomo e macchina. Questo dilemma era già presente negli anni sessanta, quando fu introdotta la categoria dell’alienazione. Ma allora si vedeva l’operaio schiavo della macchina, dei ritmi sempre più accelerati dei reparti di produzione. Oggi abbiamo una totale disintermediazione, che se non può essere respinta, in quanto economica a tutti i livelli per il consumatore, non può nemmeno essere lasciata priva di una regolamentazione che tuteli il diritto al lavoro. Bisogna perciò riattivare il lavoro, fare di più di quanto è stato promesso con il jobs act del governo Renzi, impegnarsi perché venga ridata dignità al lavoratore, che non può essere inserito all’interno di una catena infernale dove vincono sempre la competitività e il criterio economico del profitto.

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