L’agricoltura che fece nascere il lavoro

I progressi fatti dall’uomo moderno in campo tecnologico sono impressionanti da ogni punto di vista. Nell’arco di non più di 400 generazioni, l’uomo agricoltore ha sviluppato quella tecnologia straordinariamente sofisticata che consente oggi ai chirurghi di trapiantare gli organi, agli ingegneri di far approdare le sonde nei pianeti lontani e sulle comete, agli scienziati e ai fisici di liberare le gigantesche forze che governano le leggi dell’universo, come le forze nucleari. In netto contrasto con questa stupefacente evoluzione tecnologica e industriale, numerose società umane si sono arrestate allo stadio di sviluppo della caccia e della raccolta: difettavano forse delle capacità intellettuali per evolversi? La risposta è no. In effetti, molte di esse idearono tecnologie di lavoro dei materiali tanto ingegnose quanto quelle delle popolazioni ad economia agricola e stanziale.

Gli aborigeni dell’Australia e gli eschimesi delle lande ghiacciate del circolo polare artico sono agli estremi opposti del mondo dei cacciatori-raccoglitori. In tempi recenti, solo gli aborigeni della Tasmania avevano a disposizione un corredo attrezzi da lavoro più primitivo di quello delle tribù autoctone dell’Australia e soltanto gli indiani della costa della Columbia Britannica hanno posseduto una tecnologia più sofisticata di quella degli Inuit. Ogni gruppo, tuttavia, era ben adatto al suo ambiente particolare: in effetti, la facilità di vita di alcune popolazioni di cacciatori-raccoglitori ancora oggi stanziate in aree marginali ai tropici ha indotto gli archeologi a meravigliarsi e chiedersi come mai siano nato l’agricoltura e la conseguente organizzazione del lavoro.

L’agricoltura infatti ha decretato lo stanziamento dei gruppi nomadi che si spostavano in base alla disponibilità di risorse di una determinata zona: come cavallette, esaurivano un’area e si spostavano, prima di farci ritorno nella stagione successiva. L’agricoltura ha fissato le genti intorno a delle aree fertili, normalmente intorno ai fiumi, dando luogo alle città che crescono proprio sulla base della divisione dei compiti nel lavoro. La parola chiave è eccedenza: in aree particolarmente fertili, come per esempio i terreni intorno al Nilo o nelle pianure della Mesopotamia, l’agricoltura fu particolarmente felice e fece conseguire un’eccedenza di beni consumabili che potevano essere rivenduti e non usati per scopo personale. Creando un mercato si creava una città. In una città servivano per forza delle mansioni particolari: c’era chi doveva occuparsi della sicurezza, chi della fabbricazione dei cesti, delle stoviglie di terracotta e dei vestiti. Non era un’organizzazione che veniva dall’alto, ma che pian piano nel corso dei decenni si specializzata, assumendo i tratti di una civiltà complessa. Insomma, l’agricoltura è stata la carta per far nascere il lavoro così come lo intendiamo oggi, come un libero esercizio di un compito dietro una retribuzione necessaria per vivere, sviluppare la propria personalità e procreare. Si pensa che pure la religione sia nata dall’agricoltura, perché i contadini auspicavano raccolti buoni e quindi invocavano giocoforza gli elementi naturali coinvolti nella buona riuscita di un raccolto: il sole, la luna, il vento, la pioggia e così via.

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