Le tasse sono di sinistra?

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi (s) e il Ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan parlano nell'Aula del Senato durante la discussione generale sul voto di fiducia al governo, Roma, 24 febbraio 2014. ANSA/ GIUSEPPE LAMI
Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi (s) e il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan parlano nell’Aula del Senato durante la discussione generale sul voto di fiducia al governo, Roma, 24 febbraio 2014. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

La recente polemica sulla legge di Stabilità firmata dal governo Renzi ha riproposto un tema caro agli economisti: mettere le tasse è di sinistra? Nella legge di stabilità il presidente del consiglio ha annunciato un taglio delle tasse che va in direzione della ripresa economica, eliminando di fatto le tasse sulla prima casa. Una scelta che premia i consumi e che pure nella sua radicalità è riuscita a creare divisioni all’interno del partito di maggioranza.

Allora occorre domandarsi: mettere le tasse è di sinistra? Apparentemente sembra di si. Soprattutto se le tasse devono colpire i più ricchi. Certo, in una visione peccaminosa della ricchezza si comprende che per le persone di sinistra chi ha soldi è una sorta di peccatore morale, che deve sentirsi in colpa e solidarizzare con chi ha di meno. Per chi invece è un propugnatore del capitalismo, il ricco è quasi sempre uno più capace del povero, che ha diritto di godersi la sua ricchezza, sicuro che mettendola nel mercato riuscirà a dare benefici anche al povero, attraverso la cosiddetta “mano invisibile”.

Per i fautori della social-democrazia le tasse fatte pagare a chi ha di più sono il sistema migliore per redistribuire la ricchezza attraverso l’implementazione del welfare state. Funziona così: una percentuale di persone sopra una soglia di reddito elevata paga imposte in progressione al suo reddito. Queste imposte servono per assicurare servizi sociali gratuiti o quasi a tutti compresi anche i ricchi (che però sono in percentuale molto pochi). Le tasse pagano istruzione e sanità. I meno abbienti che non pagano queste spese, useranno i soldi risparmiati per i consumi, alimentando comunque l’economia. Le tasse vengono anche usate per distribuire sussidi e alimenti alle persone che stanno sotto la soglia di povertà o hanno perduto il lavoro (cd. ammortizzatori sociali).

Per i fautori del capitalismo e del liberismo è il mercato a decidere la sorte dei soldi. Il principio è semplice. Anziché tassare chi lavora e produce ricchezza, si fa il contrario. Si tagliano le tasse a chi lavora: impresa e professionisti. Questi operatori sicuramente diventeranno più ricchi, ma facendolo spenderanno il surplus di ricavi nell’economia generale: assumeranno più operai e dipendenti, spenderanno di più nel commercio e negli immobili arricchendo tutti gli operatori economici. Le entrate tributarie saranno comunque garantite dal maggior gettito fiscale derivante dagli aumentati ricavi, mentre il fatto di aver creato nuovi posti di lavoro e aumentato gli stipendi avrà ricadute a pioggia sulla generalità della popolazione.

Da questa descrizione si capisce quali sono i limiti e i vantaggi di ciascun sistema. Nel caso della socialdemocrazia propugnata dalle sinistre (che arriva a contestare il taglio delle tasse generalizzato) il limite è quello di non stimolare mai la crescita, di mantenere troppo alta l’imposizione fiscale e di non generare posti di lavoro. Il desiderio è quello di non far morire di fame nessuno, dando il minimo di base a tutti. Nel caso delle politiche liberiste, il vantaggio acquisito con la crescita economica si paga in termini di aumento del divario tra fasce della popolazione, con conseguente perdita di diritti a vantaggio dei più forti. E voi da che parte state?

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