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L’economia cresce davvero durante una guerra

Pubblicato il da in Impresa

Si dice spesso che la guerra rilancia l’economia. L’esempio più rilevante in questo senso viene dall’economia americana e da quella tedesca: la prima si risollevò definitivamente dalla Grande Depressione, la seconda grazie al riarmo e alla rinnovata fiducia in una Germania protagonista. Ma è davvero andata così? Quali possono essere gli argomenti contrari a questa impostazione e perché oggi per il nostro paese, la tensione fa solo male e blocca ulteriormente la crescita?

Il mito della guerra che dà un forte impulso all’economia è forte perché tendiamo a studiare l’economia o perfino la storia, secondo dei grandi cicli economici. Un ciclo economico finisce e ne inizia susseguentemente un altro destinato a peggiorare o migliorare. Quando il tasso di disoccupazione è molto alto, ci sono meno consumi: le persone tendono, nell’insieme, come massa di consumatori, di attori dell’offerta, a comprare molto di meno per la minor disponibilità di liquido. Il sistema è piatto. Ma cosa succede se uno stato si prepara alla guerra? Sono veramente pochi i paesi che entrano in guerra impreparati, uno ad esempio era l’Italia che non aveva approntato alcun preparativo nel 1940, con i risultati che tutti sappiamo.

Ma nella normalità un paese si prepara ad una guerra: deve equipaggiare i soldati, aumentare le riserve di carburante, dotare le città di misure di sicurezza, acquistare armi e munizionamento per queste e per l’artiglieria, fare scorte alimentari e vettovagliamento, deve rimettere in piedi caserme e alloggiamenti e quindi richiamare personale di servizio. Le aziende produttrici investite degli ordinativi sono parecchie: si va dall’industria delle armi propriamente detta a quella tessile, dall’abbigliamento all’alimentare, dall’energia al settore delle pulizie, dall’informatica alle telecomunicazioni. In economie di libero mercato tutto ciò è appannaggio del settore privato: lo stato non ha alcun interesse a tenere in piedi industrie per il tempo di guerra. E infatti si parla di “conversione” e “riconversione” dell’industria: interi settori servono la guerra poi ritornano alla produzione “civile”.

Siccome c’è un bisogno dell’incremento della produzione, le industrie la aumentano mettendo in circolazione più stipendi e un aumento generalizzato dei consumi.

Ma perché si pensa che alla fine l’economia non ne giovi nel complesso. Anzitutto perché si tratta di un ciclo economico destinato a finire una volta cessate le operazioni belliche. Inoltre cambiano alcuni assi fondamentali dell’economia di un paese: ad esempio la guerra aumenta il debito pubblico in quanto chi fa gli acquisti delle necessità di guerra non è il privato, ma il pubblico, cioè la collettività. Essendo l’economia di guerra contingenta e orientata alle operazioni belliche, la spesa aumenta per alcuni settori, ma diminuisce per altri giudicati non fondamentali per l’obiettivo della vittoria. Inoltre si aumentano le tasse per pagare tutto ciò che serve all’economia. Questi tre fondamentali tendono a indebolire l’economia di un paese in tempo di pace.

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