Perché in Italia l’economia non cresce

Recentemente ho assistito a un dibattito in cui interveniva Piero Angela, decano della divulgazione scientifica, che negli ultimi anni si è prodigato nello sforzo di far comprendere la crisi economica, che ruolo ha la politica e come può crescere e innovarsi un paese in crisi.

Piero Angela ha sempre ribadito, e lo fa da 30 anni, con lucidità sorprendente non essendo prima di tutto un economista, che non è la politica a generare la ricchezza. Facendo l’esempio della mucca che produce il latte, Piero Angela sostiene che il ruolo della politica è distribuire questo latte nel modo più coerente possibile, in linea con le visioni di ciascuno. Ma il punto principale dice il giornalista non è nel numero di bicchieri che si riescono a dare alla comunità o della quantità di un bicchiere piuttosto che di un altro. Il vero problema alla base del nostro paese, dal punto di vista economico, è quello di creare più latte. Quindi far produrre di più la mucca. Se la mucca è l’economia e la distribuzione del latte la politica, la bevanda è la ricchezza. L’esempio è tanto efficace quanto allarmante. Se aprite le pagine di un quotidiano o sfogliate un qualsiasi sito internet che parli di politica, noterete che la maggior parte delle polemiche non sono a riguardo della ricchezza, ma di come essa dev’essere distribuita. Col risultato drammatico che l’Italia da 20 anni è praticamente ferma nella stagnazione economica, perché non riesce a creare più ricchezza.

Anzi, la politica è così ignorante del suo ruolo, che ormai ha invaso tutti gli ambiti, finendo anche per illudersi che possa generare nuove mucche. La verità è che a creare la ricchezza ci pensano le imprese, che sono un mondo separato alla politica. Il compito dei politici è quello di distribuire finanziamenti, liberalizzare, finanziare, fare in modo che le imprese lavorino per creare ricchezza. In Italia invece, fin dalla burocrazia, dall’organizzazione del fisco, per finire alle leggi sulla creazione delle imprese, tutto complotta contro la creazione di ricchezza. Con la conseguenza che ci si litiga su dove deve andare il latte della mucca, e non del fatto che essa ormai è spompata e non riesce a produrne abbastanza sia per soddisfare i bisogni delle persone, sia – se non altro – per accontentare le promesse dei politici.

Va da sé che spesso la politica parla delle imprese riguardo alla loro competitività – come se agissero esclusivamente nel mercato globale. Invece, gli economisti lo sanno bene, c’è un grosso problema di domanda interna, che andrebbe stimolata. In Italia insomma, non sembra che si sia capito che a dare lavoro sono le imprese, mentre i cittadini stessi da decenni oramai si sono assuefatti all’idea che sia la politica a crearlo (ricordate il roboante e ridicolo annuncio del milione di posti di lavoro? Nel periodo in cui dovevano diminuire le tasse, è solo salita la spesa pubblica). La conseguenza di questo modus operandi è che pensiamo alla stato come alla mucca, dalla quale ognuno possiamo attingere un po’ di latte, chi con un bicchierino, chi con un calice bello grande. È in questa paradossale confusione delle regole basilari dell’economia che sta il nostro declino.

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