Si può parlare ancora di politica dei redditi?

La politica dei redditi è quella politica che consiste nel ridistribuire i redditi a seconda delle esigenze di una particolare comunità di cittadini. Essa è tradizionalmente portata avanti dai partiti di area progressista moderata; in Italia essa è sempre stata portava avanti da sindacati non afferenti all’area tradizionale della sinistra comunista. Da quanto detto si capisce che la politica dei redditi implica che i sindacati soprattutto in regime di crescita economica, accettino una crescita dei saldi inferiore a ciò che potrebbero ottenere. Ciò comporta la necessità di ottenere qualcosa in cambio: e questo qualcosa non può essere che un aumento delle opportunità economiche offerte dal welfare state, mettendo in campo misure contro la povertà e la disoccupazione. L’interpretazione “di sinistra” della politica dei redditi considera quindi un accordo generale tra le parti sociali in campo, come necessario per produrre degli effetti tangibili di social-democrazia, cui più o meno oggi si ispirano i principali partiti politici di Sinistra in Europa (Il PD in Italia, la SPD in Germania, il Partito Socialista in Francia).

Ma è possibile parlare di politica dei redditi da destra? Avere cioè un’interpretazione opposta dello stesso tipo di politica economica? Si, e il risultato di questo sentire “liberista” è il decentramento contrattuale, cioè la perdita del valore normativo e vincolante del contratto collettivo rispetto a formule di tutela locale, che prevedono accordi diretti tra gruppi sindacali minori e datori di lavoro. Secondo questa accezione, la politica dei redditi, dovrebbe quindi essere seguita ovunque, e di fatto così è stato. Non è un caso che molte partite iva, molti imprenditori dei settori più avanzanti economicamente del nostro paese, in Veneto, in Lombardia, in Piemonte, abbiano spesso sostenuto in questi decenni partiti di destra che proponevano la fine del monopolio sindacale sui contratti di lavoro. Il risultato è che in Italia la discussione sulla politica dei redditi ha significato rivedere il ruolo dei sindacati, all’interno di un’economia che ha cambiato letteralmente faccia.

Nei paesi a tradizione socialdemocratica, una certa politica dei redditi è stata comunemente adottata, come parte più generale di una concertazione generale della politica economica. In Italia la concertazione è sempre stata messa all’interno dell’agenda politica, ma le relazioni sindacali sono profondamente mutata, a partire dal famoso referendum del 1985 sulla scala mobile. Le vere esperienze di concertazione, che hanno portato a studi approfonditi dei giuslavoristi e a un nuovo sviluppo dei contratti di lavoro, sono state poche. Nel 1993 un importante accordo generale sulla riduzione del costo del lavoro fu siglato fra tutti i sindacati, il governo e gli imprenditori. Negli ultimi anni però di fronte alle sfide della nuova economia, basata sul superamento della dicotomia fabbrica / operai, in favore dei servizi e della potente delocalizzazione, i governi hanno tentato di muoversi da soli, rinunciando a mettere d’accordo le parti sociali e anzi spesso giocando sulle loro divisioni, per portare avanti delle autentiche rivoluzioni del mondo del lavoro, che hanno interessato tanto le tutele, quanto le formule contrattuali.

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