I sindacati nell’era di Giolitti

La seconda fase del nostro racconto sul mondo del sindacato ha inizio con l’introduzione del Codice Penale Zanardelli, nel 1890, che ha durata fino all’avvento dopo poco più di un trentennio del Fascismo. Il codice puniva chiunque impedisse od ostacolasse la libertà dell’industria e del commercio e chiunque provocasse o prolungasse una sospensione del lavoro per imporre, agli operai e ai padroni, una riduzione o un aumento dei salari; ma, col punire solamente chi avesse usato la violenza o le minacce, il codice Zanardelli di fatto riconosceva indirettamente il diritto di associazione: valido per le professioni e quindi anche il diritto di sciopero e la libertà di lavorare in modo indipendente. Su questa base visse il diritto dei sindacati fino al 1922. Non mancarono progetti che miravano a dare ai sindacati un regolamento più coerente con la normativa sul mondo del lavoro, una sistemazione completa della materia poteva essere necessaria, se si fosse dato modo di registrare la personalità civile, dandogli quel riconoscimento necessaria a chiamarli in causa durante le stipulazioni o i rinnovi dei contratti. O meglio, col passare del tempo, a sentirli in occasione della violazione degli stessi. Non mancarono invece dei tentativi liberticidi miranti ad attribuire poteri di scioglimento delle assemblee e delle compagini sindacali ai rappresentanti di pubblica sicurezza. Ma la realtà era già profondamente cambiata e in questo periodo si assiste all’ascesa perentoria del Partito Socialista Italiano, il movimento di riferimento del mondo operaio italiano, che porterà le istanze dei lavoratori nei palazzi della politica.

Vi furono dunque leggi che analizzavano e prendevano atto della realtà sindacale, chiamando in organi pubblici, come per esempio il consiglio superiore del lavoro, i comitati direttivi degli istituti previdenziali, i rappresentanti delle organizzazioni sindacali. Era un principio di rappresentanza che si stava applicando su più larga scala, a riconoscimento del ruolo sociale di queste parti. In questo periodo, contrassegnato dalle teorie istituzionaliste del diritto, fu pregevole l’elaborazione giurisprudenziale, con interventi dei vari giudici in svariate sedi, per quanto concerneva i rapporti tra il sindacato ed i singoli associati e per ciò che riguardava l’efficacia vincolante dei contratti collettivi. Secondo l’opinione della magistratura i contratti collettivi obbligavano gli iscritti ai sindacati stipulanti, anche se l’iscrizione era successiva all’accordo; potevano servire ad interpretare contratti conclusi fuori dalla cerchia dei sindacati stipulanti, acquistavano col tempo il valore di consuetudine divenendo così efficaci per tutti, sempre che non se ne escludesse l’efficacia con un patto espresso. E non possiamo trascurare la serie di giudizi assunti dai collegi di probiviri, volti a richiamare l’incidenza sostanziale dell’azione sindacale nell’ordinamento pubblico.

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